ACCADEMIA DI ARNAU ROGER

E-Topic: “Sulla diversità delle identità di Gennaro Majo-Durazzo e Gennaro Majo(-Orsini)”

E-Topic: “Sulla diversità delle identità di Gennaro Majo-Durazzo e Gennaro Majo(-Orsini)”

AUTORE:  Gionata Barbieri  (Presidente dell’Accademia)
Data di pubblicazione dell’e-topic: 07 novembre 2026

Prima di affrontare il tema dell’e-topic presente, è necessaria e doverosa una ampia premessa legale valida nel territorio della Repubblica Italiana. In Italia i titoli nobiliari non hanno alcun valore legale e sono giuridicamente inesistenti per l’ordinamento dello Stato. Come stabilito dalla XIV disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana, i titoli non sono riconosciuti. L’unica eccezione riguarda i predicati (i nomi di antichi feudi o località uniti al titolo) esistenti prima del 28 ottobre 1922, i quali valgono esclusivamente come parte integrante del cognome (la cosiddetta cognomizzazione). Lo Stato, però, non ne vieta l’uso nei rapporti privati (scritture non ufficiali, conversazioni, inviti, ambito familiare o sociale). Il fenomeno è considerato un ‘fatto giuridicamente indifferente‘, a condizione che l’uso di tali titoli non costituisca lo strumento per commettere reati — ad esempio la truffa, qualora il titolo sia usato in modo ingannevole per fini di lucro — o altri illeciti di qualunque tipo. Resta inteso che l’uso in ambito privato o editoriale non produce, in ogni caso, alcun effetto o diritto nell’ordinamento repubblicano. Ne consegue che odiernamente, in Italia, i titoli nobiliari hanno un valore (ed aggiungerei anche un senso) puramente storico, culturale, morale, affettivo o di memoria familiare. Per le suddette ragioni, all’interno di associazioni private o nelle pubblicazioni di registri araldici privati, i titoli hanno valore esclusivamente onorifico e interiore, ossia regolato dagli statuti interni dell’associazione o dai criteri editoriali della pubblicazione. Non essendoci un riconoscimento pubblico o un registro statale (la Consulta Araldica è stata soppressa), lo Stato non interviene a stabilire chi sia “veramente” nobile o quale titolo sia corretto. La conferma definitiva sulla questione, qualora fosse stato ancora necessario ribadirlo, è giunta da una recentissima pronuncia della Corte di Cassazione (l’ordinanza n. 23023 del 2026), nella quale i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso di un cittadino che aveva adito le vie legali lamentando un “declassamento” all’interno di una nota pubblicazione araldica privata, in cui era stato indicato come semplice “Nobile” anziché con il titolo di “Conte”. A tal proposito è stato sancito dalla Cassazione (e dalla giurisprudenza consolidata) quanto di seguito: i giudici non offrono alcuna protezione o inibitoria contro presunti errori, omissioni o attribuzioni difformi di titoli nobiliari all’interno di opere private, poiché il blasone non costituisce un diritto della personalità tutelabile in tribunale (mancanza di tutela giurisdizionale); un privato non può citare in giudizio un editore o un’associazione araldica per farsi riconoscere un titolo o per contestare come viene menzionato, poiché i tribunali della Repubblica non hanno il potere di accertare lo status nobiliare (inammissibilità del ricorso); gli autori di almanacchi, registri o libri d’oro privati non commettono alcun illecito e non violano alcuna norma se attribuiscono titoli difformi o se non li riconoscono affatto, in quanto si muovono in un ambito privatistico privo di rilevanza per il diritto pubblico (nessun obbligo per le pubblicazioni); al contrario, i notai e i pubblici ufficiali hanno il tassativo divieto di inserire i titoli nobiliari (come “Barone”, “Conte”, ecc.) negli atti pubblici, a pena di sanzioni disciplinari, ferma restando la sola menzione del predicato se legalmente unito al cognome (divieto per i pubblici ufficiali).

Per quanto sopra, la trattazione della genealogia e dei titoli nobiliari nell’ordinamento della Repubblica Italiana impone una netta demarcazione tra il profilo strettamente giuridico e quello metodologico-scientifico. Sotto il primo aspetto, l’atto di redigere e pubblicare, su un sito internet o all’interno di una pubblicazione cartacea privata, una falsa genealogia di sé stessi o l’attribuzione di un titolo nobiliare privo di fondamento storico non costituisce, di per sé, un reato. Di conseguenza, l’inventare una discendenza aristocratica rientra nella sfera della liceità privata, a meno che tale condotta non si traduca nello strumento specifico per la commissione di altre fattispecie di reato. Ciò si verifica puntualmente quando la falsa genealogia configura il menzionato reato di truffa, venendo impiegata come artifizio o raggiro volto a trarre in inganno la vittima per conseguire un ingiusto profitto patrimoniale. Parimenti, l’illecito penale si materializza nell’ipotesi di sostituzione di persona, laddove l’interessato attribuisca a sé stesso o ad altri falsi nomi o falsi stati civili, oppure nel falso in atto pubblico se la documentazione artefatta viene esibita a un pubblico ufficiale per ottenerne la registrazione. In assenza di tali risvolti fraudolenti o lesivi dei diritti della personalità di terzi — i quali ultimi potrebbero agire in sede civile per usurpazione del nome qualora la falsa genealogia andasse a innestarsi abusivamente sulla linea di una famiglia reale e vivente — la menzogna genealogica rimane impunita per la legge, configurandosi come una manifestazione di pura vanità personale o editoriale. Invece per ciò che concerne la citata usurpazione del nome, la relativa legittimazione attiva spetta pienamente anche ai discendenti in linea retta per via femminile, come figli o nipoti che pur portino il cognome paterno. Ai sensi degli articoli 7 e 8 del Codice Civile e in conformità con la giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 3779/1978), il diritto alla tutela del nome e dell’identità non si trasmette infatti come un bene patrimoniale ereditario, ma pertiene iure proprio ai membri della famiglia in senso ampio. Il vincolo biologico e di sangue tramite la linea materna fonda un interesse familiare meritevole di protezione giuridica, consentendo di adire le vie legali per inibire una menzogna genealogica che ne pregiudichi la memoria storica. Dal punto di vista scientifico, archivistico e storico, lo scenario muta radicalmente, poiché la genealogia si configura come una disciplina rigorosa fondata sul metodo documentale. Una ricostruzione genealogica può definirsi scientificamente valida solo se ogni singolo passaggio di filiazione generazionale risulta comprovato da fonti d’archivio pubbliche, civili o ecclesiastiche, che siano oggettive e incontestabili. Sebbene la scienza storica sia per sua natura fallibile e soggetta a revisione qualora emergano nuovi documenti precedentemente ignorati, il rischio è quello di incorrere in una pratica pseudoscientifica. Questo eventuale modus operandi compromette insanabilmente la credibilità e l’autorevolezza di tali pubblicazioni agli occhi della comunità accademica degli storici, declassando le opere in questione a meri prodotti di fantasia o di marketing. Poiché nell’ordinamento repubblicano non esiste più un organo pubblico e neutrale deputato alla vigilanza araldica, l’attribuzione privata di un titolo a chi non ne è l’erede genealogico rimane un’operazione arbitraria che la legge tollera in nome delle libertà costituzionali di stampa e di associazione, ma che la scienza storica rigetta in quanto priva di qualsiasi rigore e verità documentale.

Dopo questo preambolo, dunque, vengo al focus di questo articolo, ossia la confutazione delle identità di Gennaro Majo-Durazzo e Gennaro Majo(-Orsini). Sulla questione, alcuni anni fa, ebbe già modo di scrivere nel web, sollevando dubbi, Davide Shamà, ed esattamente in questa pagina: https://www.solofrastorica.it/demajo.htm (la mia ultima consultazione dell’url è alla data di pubblicazione di questo e-topic), il cui articolo è intitolato “Note sulla famiglia Majo (Majorsini) di Solofra e altre stirpi omonime“.

Gennaro Majo o (de Majo-Durazzo) era un illustre esponente della famiglia patrizia napoletana Majo, ascritta al Seggio di Montagna, con origini degli antenati in Tramonti. Costui era figlio di Annibale (deceduto nel giorno 10 gennaio 1731) e di Beatrice Capecelatro, ed ebbe certamente come fratelli Giovan Battista e Donato, e come sorella Teresa Marianna. Annibale de Majo era figlio di Giovan Battista de Majo e Marianna Rodolovich. Gennaro si innestava con la sua ascendenza, dunque, nel ramo familiare dei Majo napoletani-tramontini che ebbero ad imparentarsi con la discendenza illegittima di Re Ladislao d’Angiò-Durazzo, in quanto il figlio naturale Rinaldo, Principe di Capua e castellano di Foggia, da Lisola Castalda ebbe quattro figli: Caterina, Camilla, Ippolita e Francesco. Intorno alla metà del XV secolo Ippolita sposò, secondo la documentazione degli araldisti e dei genealogisti seicenteschi napoletani, un Francesco de Majo, figlio di Bartolomeo e di Maria Filangieri, e da quel momento, per esaltare il matrimonio con una persona di sangue regio quel ramo dei Majo iniziò, spesso, ad aggiungere il cognome Durazzo al proprio, e ad usare nello stemma il capo d’Angiò. I discendenti di questo ramo Majo-Durazzo, poi estinti, erano cugini del suddetto Gennaro. Il ramo familiare di Gennaro usò sia la versione cognominale originaria Majo che la versione Majo-Durazzo, ponendosi quali successori del ramo estinto. Dettagli genealogici sui Majo-Durazzo sono disponibili in numerosa letteratura di ambito storico-nobiliare, mi limiterò in questa sede a citare, per rendere semplici le consultazioni, solo i seguenti volumi: Ricca Erasmo, La Nobiltà delle Due Sicilie pel cav. Erasmo Ricca – Parte Prima Volume III – Napoli, Stamperia di Agostino de Pascale – Strada S. Paolo n. 48, 1865, pp. 436-442; Francesco de’Pietri, Dell’historia Napoletana scritta dal signor Francesco de’ Pietri libri due, Napoli, 1634, pp. 141-143; Placido Troyli, Istoria Generale del Reame di Napoli, Tomo Quarto, Parte Terza, Napoli, 1751, pp. 389-391.

Gennaro de Majo-Durazzo ebbe diversi feudi. Particolarmente interessante è quanto riporta sinteticamente ma, efficacemente, il Ricca alla p. 440 che trascrivo in modo esatto: «Giovanni Battista de Majo Durazzo, volendo fare voti solenni nella Compagnia di Gesù, con l’istromento del 28 giugno 1747 per gli atti del notaio Onofrio Montefusco di Napoli rinunciò i feudi di San Pietro a Scafati e di Pago a Gennaro, suo fratello terzogenito e immediato successore, poiché il secondogenito Donato era già Monaco in quella Religione. L’assenso sovrano avvenne nel giorno 8 marzo 1753. Il menzionato Gennaro de Majo Durazzo, Duca di S. Pietro a Scafati, mancò a’ vivi nel dì 11 aprile del 1789, ed al fratello patruele Carlo Maria Amalio in forza di decreto di preambolo della Gran Corte della Vicaria del 22 del mese suddetto ricadde la terra di Pago, della quale conseguì egli l’ultima intestazione nel regio cedolario a’ 18 di giugno dell’anno medesimo. E qui non vogliamo omettere che nel fol. 140 del LIBRO D’ORO DELLA NOBILTA NAPOLETANA, il quale si serba nell’ archivio della Commissione de’ titoli di nobiltà n.º 176, sono riportati il mentovato Carlo Duca di S. Pietro, i suoi figli Niccola Marchese de Majo e Filippo, e Giulio-Luigi-Augusto de Majo, figlio di Niccola e nato nel 9 febbraio 1809. E da ultimo nel fol. 139 del medesimo Libro si notano: Bartolomeo de Majo Durazzo del Sedile di Montagna; i suoi figli Gennaro nato nel 1787, Francesco nel 1791 e Raffaele nel 1798; Gennaro nato nel 1828 figlio del detto Francesco, e Francesco Onorato nato nel 1852 figlio dell’ ultimo Gennaro».

Appare immediatamente evidente che Gennaro de Majo-Durazzo ebbe come erede alla successione nei feudi soltanto il fratello Carlo Maria Amalio. Inoltre alla data 11 aprile 1789 egli era deceduto. Questi due aspetti sono assolutamente fondamentali nel prosieguo della discussione.

Invece il Gennaro Majo (nato nel 1737), capostipite dei Majorsini, originario di Sant’Agata di Solofra, fu figlio di Felice Majo e di Angela Ferrazzano, e a sua volta Felice era figlio di Angelo Majo e nipote di Basilio, secondo quanto emerge dagli atti ecclesiastici valutati dallo storico locale e docente Francesco Guacci, che preparò una genealogia per la famiglia Majorsini nel 1992, la quale trovò forma ancora più ampia con una vera e propria pubblicazione di inizi anni 2000. In entrambi gli scritti si evince che, in base a tutte le fonti consultate, tale Gennaro Majo, Consigliere di Corte di Appello in Napoli, corrispondeva a un esponente della già descritta casata Majo-Durazzo, i duchi di San Pietro. Queste reiterate informazioni non trovano alcun riscontro scientifico e documentale e sono totalmente errate. Infatti nella famiglia ducale Majo-Durazzo il nominativo Gennaro è detenuto, tra la metà del secolo XVIII e la metà del secolo XIX, soltanto da tre individui, ossia il Gennaro de Majo-Durazzo di cui sopra, figlio di Annibale, deceduto nel 1789, poi Gennaro figlio di Bartolomeo de Majo-Durazzo nato nel 1787, e un altro Gennaro, nato nel 1828, figlio di Francesco de Majo-Durazzo, ed il cui nonno fu l’appena citato Bartolomeo. Il Gennaro Majo (intendendo il capostipite dei Majorsini), non corrisponde a nessuno dei precedenti, perché non è tracciata alcuna analogia coniugale, familiare e anche di discendenza, inoltre medesimo ragionamento vale per tutto l’albero genealogico antecedente che concerne i Majo-Durazzo e che ad oggi è noto. Comunque, di tutti i Majo-Durazzo, il personaggio che per cronologia, ma restando nel fantomatico, potrebbe corrispondere allo stipite dei Majorsini è il Gennaro de Majo-Durazzo, figlio di Annibale, ma questa corrispondenza non può che essere viziata da errore perché la successione ai feudi dei Majo-Durazzo non riguardò mai un discendente di Gennaro de Majo-Durazzo, ricadendo come spiegato al fratello Carlo Maria Amalio. Invece nella genealogia pubblica dei Majorsini, lo stipite Gennaro ebbe più figli, tra cui l’avvocato Francesco Antonio Pasquale che sposò Elena Orsini (anche indicata come Maddalena nel testo dei Migliorini che in seguito indicheremo), figlia di Antonio un camerario napoletano. Fu proprio codesto Francesco Antonio Pasquale che, durante lo stato di vedovanza, iniziò ad associare il cognome Orsini a quello Majo solofrano. Altro elemento che rende la corrispondenza impossibile tra i due personaggi, è il fatto che Gennaro de Majo-Durazzo morì nel 1789, mentre lo stipite dei Majorsini risultava deceduto tra il 1779 e il 1780 (il suo testamento è del giorno 23 maggio 1779, mentre il figlio Francescantonio Majo poi Majorsini entrò formalmente in possesso dei beni paterni nel febbraio del 1780) come risulta alle pp. 11-13 della memoria legale intitolata Per d. Nicola Saverio di Maio contro di d. Francescantonio di Maio nel S.R.C. (ossia Sacro Regio Consiglio) – Commessario Il degnissimo Regio Consigliere Signor D. Paolo Guidotti, stampato in Napoli il 10 agosto 1794 e con autori Francesco e Carlo Migliorini (reperibile online in versione digitalizzata su Google Books al seguente url: https://books.google.it/books?id=bMdUQ1swL1cC&newbks=1&newbks_redir=0&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false). Si tratta di una lite per l’eredità di Gennaro Majo, giunta al Sacro Regio Consiglio della capitale, che vedeva opposti Nicola Saverio di Maio, figlio di Filippo (altro figlio di Gennaro) e lo zio Francescantonio. Non solo, ancora altro elemento che lascia emergere la verità documentale sulle identità oggetto di questo e-topic, è la totale assenza nel testamento di riferimenti a feudi del Gennaro Majo (diversamente dal Gennaro Majo-Durazzo che ne ebbe diversi), e l’assenza totale di riferimenti successori a Carlo Maria Amalio Majo-Durazzo.

Ne consegue che si tratta soltanto di un fenomeno di semplice omonimia tra due personaggi, come già sostenuto da Shamà, il quale fu anche attaccato, erroneamente, di mancare di fonti da parte del Guacci su queste identità.

Pure per ciò che concerne l’identificazione di Elena (Maddalena) Orsini come una rappresentante della nota famiglia aristocratica romana, i dubbi sono enormi e le certezze dei documenti ecclesiastici vanno verso direzioni antipodiche rispetto a questa interpretazione, quindi condivido in pieno la tesi di Shamà.

Altro aspetto di grande urgenza da sottolineare è che i Majorsini, da decenni, inseriscono negli album familiari e nella propria storia (alcune sono ancora oggi disponibili online alla sezione fotogallery e storia del sito familiare), due incisioni raffiguranti il Conte Levino Majo (o de Mayo) e il Conte poi Marchese Acindino, figlio del precedente Levino, ed appartenenti alla aristocratica famiglia Majo/Mayo di origini tramontesi, poi giunti a Baranello e successivamente a Vasto, poi a Napoli, Chieti e Roma. Questo corrisponde a un clamoroso errore di tipo biologico, scientifico e documentario. Posso affermarlo con assoluta certezza in quanto questi due storici personaggi sono, in realtà, miei parenti e consanguinei. Infatti Levino era uno dei fratelli maggiori del mio quintavo il Conte Ireneo Majo, ossia mio antenato in linea retta di sesto grado per filiazione legittima e naturale. Sia Levino che Ireneo erano figli del Conte Venceslao Majo, che fu anche Presidente della Repubblica Vastese (o Municipalità Repubblicana Vastese) del 1799, ma il primo (Levino) era figlio delle prime nozze di Venceslao, con Eutropia Cardone, mentre il secondo (Ireneo) era figlio del secondo matrimonio (dopo vedovanza) di Venceslao, avvenuto con Maria Giacinta Leone. La discendenza tutta di Levino mi è totalmente nota (fino agli ultimi Majo con titoli marchionali, ossia Mario e Laura nel secolo XX, ed entrambi non ebbero prole). Nella documentazione familiare abbiamo archiviati anche tutti i rogiti notarili che riguardano codesto ramo, e posso affermare con totale sicurezza che alcun Majorsini è biologicamente legato ad Acindino, a Levino, a Venceslao o altri di questa storica famiglia. Aggiungo che perfino nella documentazione degli avi siti in Baranello, sempre di padre e madre in figlio o figlia, manca qualsiasi tipo di legame biologico con i Majorsini.

Allora, con il fine di tutelare la memoria e il legame affettivo ed identitario con i miei antenati, ma anche per fare chiarezza, è stata asseverata perizia pro veritate araldica, genealogica, storica e nobiliare riguardo me stesso ed i miei antenati, dallo Studio Araldico Pasquini presso la Cancelleria Volontaria Giurisdizione del Tribunale di Vasto, in data 04 giugno 2026.

Inoltre, associazioni e registri privati, principalmente italiani e spagnoli, così come alcuni Ordini cavallereschi dinastici, hanno consentito l’utilizzo di titolature nobiliari e la dichiarazione di parentele che, a fronte di ciò, ho dimostrato essere totalmente contestabili. Trovo profondamente anti-scientifica questa pratica, soprattutto nei contesti in cui si vuole o si pretende eseguire una qualche forma di verifica documentale genealogica. In rete sono facilmente reperibili indicazioni riguardo le associazioni, i registri e gli Ordini che hanno agito in tal senso. L’obiezione potenziale per cui, in ambito privato, costoro possono autodefinirsi come meglio credono, purché si resti nei limiti della legalità, in questo caso non giustifica il tentativo di innestare storie e memorie familiari altrui.